Le idi di marzo

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Rifiuti: dagli Ato alla differenziata, le zone d’ombra del capoluogo

La città è sporca, si scriveva settimane fa, con amarezza. E la responsabilità, si puntualizzava in quella circostanza, non era univocamente ed unilateralmente dell’Amministrazione, sebbene da quest’ultima ci si attenderebbe, in una visione di decoro urbano sempre più radicata, qualcosa in più, o per lo meno risposte – leggasi quella inutilmente aggressiva di Michele Emiliano – diverse da queste. I sedicenti cittadini, infatti, raramente fanno la propria parte tenendo pulita la città, rispettandola. Neanche il marciapiede sotto casa, talvolta, è risparmiato da cartacce e da escrementi canini o vecchi elementi di arredo, neanche avere discariche a cielo aperto ad ogni angolo di strada fosse diventata una moda.

La città appare, sempre più spesso, come un malato terminale che non reagisce più alle sollecitazioni e agli stimoli. La cura e le terapie dovrebbero essere somministrate dai “medici” che stazionano a Palazzo di Città. Ma più che un nosocomio sembra un manicomio. A conferma di una stagione politica “folle”, amorale, irresponsabile, incapace di traghettare le nuove generazioni verso un futuro dignitoso. I baresi, riferisce l’Amiu, producono oltre 190 mila tonnellate annue di rifiuto “tal quale”. Di queste, soltanto 40 mila, circa il 20%, vengono differenziate. Eppure gli operatori ecologici ci sarebbero per pulire di più e meglio la città. E pure i soldi non mancherebbero per una differenziata più efficace e seria, essendo l’attuale performance del 22-24% assai indecorosa per una città che ambisce ad essere una grande capitale del Mezzogiorno. La Regione, infatti, già da anni, ha stanziato un ammontare di 38 milioni di euro per spingere i 258 comuni pugliesi ad attivare la raccolta differenziata porta a porta. Quindici di questi trentotto milioni di euro sono stati destinati ai capoluoghi di provincia. A Bari, perciò, sono state assegnate risorse per quasi 3 milioni di euro.

Come sono stati investiti questi denari pubblici? Perché ci si ostina con il sistema attuale, il cosiddetto “sistema di prossimità o misto” (ossia porta a porta solo in alcune zone e raccolta tradizionale in altre) che, oltre ad essere più costoso, è anche, dati alla mano, inefficace? Perché gli oneri – leggasi l’ecotassa che ogni Comune deve versare per ogni tonnellata di rifiuto non differenziato, pari a circa 25 euro/tonnellata – devono essere suddivisi tra i cittadini (la nostra Tarsu), mentre gli “onori” – leggasi i cospicui utili dell’Amiu – non sono ridistribuiti a favore della comunità barese con l’attivazione o la migliore implementazione di tutti quei meccanismi sociali e culturali atti ad avere una gestione virtuosa ed innovativa? Perché, pertanto, non si conoscono con chiarezza e trasparenze le strategie della municipalizzata, la pianificazione degli interventi a medio-lungo termine e, quindi, per il raggiungimento di quali obiettivi i denari pubblici saranno impiegati?

E, davvero, i “soloni locali dell’ecologia” pensano che gran parte del problema si risolva con una dotazione impiantistica e tecnologica di cui comunque l’Amiu è oggi sprovvista? E, ancora, perché non si spiegano ai baresi le ragioni dell’isolamento politico del capoluogo predeterminato dalla separazione di quasi tutti i Comuni con cui costituiva l’Ato, consorziatisi tra di loro e decisi a seguire la buona pratica avviata dal Comune di Modugno che ha deciso di sposare la filosofia “Rifiuti Zero”?

La crisi doveva e poteva essere l’occasione per rivoluzionare la politica, per farla tornare ad essere, o meglio per iniziare a farla essere, una missione sociale, dove i ricatti e i compromessi lasciavano spazio alla concertazione trasparente e alla condivisione. Per ricercare soluzioni e alternative credibili ed innovative. Durature e sostenibili. Il rifiuto, altrove, non è stato rifiutato. È stato visto con sguardo diverso, come una risorsa. Sono, ormai, davvero pochi quelli che ritengono l’ignoranza politica come concausa principale di tanta imperizia e irresponsabilità. L’ignoranza ci sarà sicuramente, certo. Ma, da sola, non spiega la vergogna di un capoluogo di una regione che si professa amica dell’ambiente che da anni non supera la stima del 25% di raccolta differenziata. Non il 60 o il 70%. Il 25%.

I cittadini, per lo meno quelli non luridi che rispettano la città e ne difendono quotidianamente la dignità con atteggiamenti coerenti e credibili, sono stanchi di essere presi in giro da una trasversale classe dirigente che un giorno pensa una cosa ne dice un’altra, e ne fa un’altra ancora. Non si fa cosa è giusto, ma cosa è conveniente. C’è una porzione di cittadinanza sempre più cospicua, non identificabile con gli attuali e consunti paradigmi di questa pseudopolitica, che non tollera più chi è vittima della propria egolatria, chi in questi anni non è stato capace di costruire un “Noi” per timore che qualcuno potesse fare ombra, ricercando piuttosto la convergenza sulla propria figura – per il proprio avvenire politico in altre istituzioni – di politici o imprenditori consumati che hanno consumato l’etica pubblica “prendendo” tutto ciò che potevano prendere. Come se lo stato fosse “cosa loro”. Lo Stato deve essere “casa nostra”.

Prima lo capiamo, tutti, comportandoci conseguentemente, prima cambieremo questa Città e questo Paese. Perché ciascuno di noi, lo ricordi, ha un diritto alla città e alla felicità. E questi sono tali, se davvero si vuole iniziare a frequentare il futuro, soltanto se sono condivisi.

(P.s. Ringrazio il Consigliere Circoscrizionale del Libertà, Simone Cellamare, per la collaborazione e le fotografie)

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